Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma efficace“ (Josef Mayr-Nusser). Priorità nell’anno di lavoro pastorale 2017/2018

Aggiornamento del Clero e degli Operatori Pastorali - Accademia Cusano Bressanone, 19 settembre 2017
 
„Se nel battesimo si è in noi accesa la luce, attraverso la cresima siamo diventati portatori di luce, incaricati di farla risplendere; dare testimonianza della luce.. ... Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma efficace. È un fatto insolito. Né la spada, né la forza, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò ci è posto come condizione imprescindibile per erigere il Regno di Cristo sulla terra. È una cosa ben modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci richiede: dare testimonianza.“
Noi tutti conosciamo questa citazione. È del nostro nuovo beato Josef Mayr – Nusser. Per me la sua beatificazione dello scorso 18 marzo è un vero “Highlight” – un momento forte - una grande, chiara luce per il cammino pastorale, spirituale e concreto della nostra Chiesa locale. La sua beatificazione è un grande dono fattoci dalla Chiesa. Però adesso dobbiamo anche „aprire“ questo regalo, vale a dire considerare la testimonianza del nuovo beato come fonte di ispirazione per il nostro essere cristiani, ma anche per il cammino della nostra diocesi.
„Sulla tua Parola: cristiani, coraggiosi, solidali“: anche nella formulazione del tema annuale ci ha ispirato per approfondire ed ampliare le raccomandazioni del nostro Sinodo diocesano.
Vorrei riportare adesso in dodici punti le priorità per il nuovo anno di attività pastorale 2017/2018. Vi invito a considerare le mie osservazioni un’opportunità per riflettere ed elaborare insieme i temi, come incoraggiamento e come preghiera a rimanere insieme in cammino e – di fronte alle sfide e alle situazioni di oggi - di fare assieme ciò che „il Signore ci ha comandato: essere testimoni“.
 

La Chiesa sotto la Parola di Dio
In riferimento al nostro Sinodo il tema diocesano quest’anno e nei prossimi quattro inizierà sempre con l’affermazione fiduciosa dell’Apostolo Pietro tratta dal racconto della sua chiamata nel Vangelo di Luca: „Sulla tua Parola“ (cfr. Lc 5,5). La Parola di Dio è incoraggiamento a incamminarsi e a rimanere in cammino. Quante volte molti di noi potrebbero dire a partire dalla propria esperienza pastorale ciò che l’evangelista Luca racconta di Pietro all’inizio della Chiesa: „Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla“. La fede nasce, cresce e sviluppa la sua forza -  all’inizio e come oggi - laddove non ci fermiamo a noi stessi, alle nostre idee, ai nostri progetti, ai nostri piani e alle nostre esperienze, ma iniziamo a balbettare con Pietro: „Ma se tu lo dici, io getterò le mie reti.”
Qui non si tratta dell’incontro con uno che parla soltanto, ma che piuttosto è lui stesso la Parola! E sulla fiducia in questa parola „io getterò le reti“. La Parola personificata, Gesù Cristo, dice di se stesso: „Io sono la via“. Cristo e la sua Parola non sono il centro statico della nostra Chiesa, ma sono la sua via e la sua forza trainante. Per questo motivo l’annuncio della Parola di Dio, questo entrare personalmente nella Parola – i Padri della Chiesa direbbero „il masticare e il ruminare questa Parola“ – deve avere ancora più spazio nella nostra pastorale. In questo senso con gratitudine penso al testamento pastorale del Vescovo Wilhelm, ancora attuale. Dobbiamo promuovere tutte le forme possibili per porre noi e la nostra Chiesa sotto questa Parola.
 Ringrazio tutti coloro che guidano e offrono incontri biblici, di approfondimento della Parola – anche in piccoli gruppi che però si incontrano regolarmente. In questo contesto dobbiamo anche considerare e promuovere le Celebrazioni della Parola – non come un sostituto dell’eucaristia, ma come celebrazioni liturgiche che conducono all’incontro personale e comunitario con Cristo e la sua Parola.
A questo proposito, proprio perché questa domanda mi viene posta continuamente, vorrei affermare ancora una volta: Se è vero che la Parola di Dio si è incarnata in Gesù di Nazareth, allora la Parola delle Sacre Scritture, che ne dà testimonianza, ci spinge sempre verso il sacramento. Se la domenica non ci è possibile celebrare l’eucaristia, allora in quanto comunità ecclesiale ci dovremmo riunire intorno alla Parola di Dio e questa Parola in noi terrà viva anche la nostalgia dell’eucaristia.
Sin dai tempi degli apostoli esiste un’unità tra il giorno, la mensa e la comunità del Signore. Già i racconti pasquali del Nuovo Testamento sono racconti sulla domenica e sull’eucaristia, testimonianza del fatto che la comunità cristiana si riunisce nel giorno della risurrezione attorno alla Parola di Dio e alla sua presenza nella mensa del Signore. Questa riunione, questa „Kyriaké“, questa „Ekklesía“, è stata determinante per chiamare „Chiesa“ la comunità che crede in Cristo, il crocifisso e risorto.  Nessuno dei tre elementi – il giorno del Signore, la mensa del Signore e la comunità del Signore - va messo in contrapposizione l’uno contro l’altro. Allo stesso tempo sappiamo e sperimentiamo dolorosamente che, a causa della carenza di sacerdoti, ma anche in seguito alla sempre crescente mancanza di fedeli, la celebrazione dell’eucaristia domenicale in molte delle nostre comunità cristiane è diventata una vera sfida. Spesso penso e dico: ma se anche nella nostra diocesi in tutte le 281 parrocchie avessimo a disposizione un sacerdote – e io sono il primo, che si augura questo con tutto il cuore! – nelle condizioni di oggi, sarebbe per ciò stesso valorizzata la domenica con la celebrazione comune dell’eucaristia per la creazione della comunità cristiana a partire dalla „mensa della Parola e del pane”?
Allora – dato le condizioni di oggi - a cosa invito? Proprio la domenica e nelle nostre festività dovremmo percepire in noi una nostalgia profonda per la celebrazione domenicale nella sua pienezza e suscitare e promuovere questa nostalgia anche nelle nostre comunità cristiane. Se però non possiamo celebrare l’eucaristia, dovremmo valorizzare e coltivare „il nutrimento“ attraverso la Parola di Dio!
La rinuncia alla comunione nell’ambito di liturgie della Parola deve esprimere chiaramente che „la Parola“ prepara al „sacramento“ e ad esso conduce, e che non mettiamo semplicemente la celebrazione dell’eucaristia e la celebrazione della Parola sullo stesso piano, ma che le valorizziamo, promuoviamo, accettiamo e coltiviamo ciascuna nel suo proprio significato. So della discussione teologica in proposito. Soprattutto lo scambio con diversi vescovi, anche dai cosiddetti paesi di missione, mi conferma nel mantenere la nostra regolamentazione. Chiedo a tutti di sostenere questa nostra prassi.
In tutta questa sfida chiedo di riflettere ancora di più sul fatto che non solo le celebrazioni della Parola, ma l’intera pluralità delle preghiere e delle celebrazioni liturgiche vengano riscoperte e coltivate. Per il Concilio Vaticano II ad esempio la liturgia delle ore è stata oggetto di ripetuti inviti. Non dovremmo impegnarci di più per una collocazione adeguata della liturgia delle ore nella celebrazione con la comunità? In parecchie comunità parrocchiali italiane esistono già delle buone esperienze con la celebrazione comune della liturgia delle ore. Proprio la recita della liturgia delle ore è un pregare sotto la Parola di Dio, un pregare „con la voce del Popolo d’Israele e della Chiesa durante i secoli“, come ha detto P. Josef Andreas Jungmann SJ, il grande liturgista e nostro conterraneo altoatesino.
 

I deboli e le persone in cerca d’aiuto al primo posto
Nell’attuazione del Sinodo per questo anno di lavoro in primo piano sta l’ambito d’azione dello stile di vita cristiano. Al numero 490 il nostro Sinodo diocesano dice: „La Chiesa considera il servizio al prossimo importante al pari della liturgia, dell’annuncio e della crescita delle comunità cristiane”. E subito dopo al numero 491: „La Chiesa locale tutela i poveri e i deboli, in modo particolare quando l’opinione pubblica si mostra loro ostile. Ci impegniamo per una cultura di accoglienza sensibilizzando la popolazione in questo senso per un confronto critico con l’attuale modello di sviluppo economico.”
Come Chiesa dobbiamo sempre lasciarci interpellare dalla Parola di Gesù contenuta nel discorso del giudizio finale nel Vangelo di Matteo: „Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me“ (Mt 25,40). Cosa significa per noi incontrare LUI nei più deboli e bisognosi? Cosa siamo chiamati ad imparare proprio da loro per la nostra vita e il nostro stile di vita? Lo stile di vita cristiano inizia con il riconoscimento della profonda solidarietà tra tutti gli uomini. Dio stesso si è donato in questa solidarietà. Attraverso l’Incarnazione egli ha scelto la debolezza e l’imperfezione umana come via di salvezza e a noi cristiani ha chiesto di seguirlo in questo. Questo „scandalo dell’Incarnazione di Dio“, per dirla con Hans Urs von Balthasar, rimane “il caso serio” che mette alla prova la nostra pastorale!
Ogni parrocchia e comunità ecclesiale in questo anno di lavoro si dovrebbe confrontare seriamente con la domanda: Come si riesce a capire che da noi i deboli e coloro che sono in cerca di aiuto stanno al primo posto? In ogni parrocchia dovrebbe esserci un gruppo di lavoro (Caritas parrocchiale) o almeno alcune persone, che si occupano di questa questione. Ogni parrocchia in questo anno di lavoro dovrebbe attuare almeno un passo chiaro e sostenibile di rinnovamento, affinché l’esempio di Gesù venga reso più visibile nelle nostre comunità. Concretamente, quali passi sono possibili da noi per uno stile di vita semplice, responsabile e solidale?
 

Profughi
In questo contesto lasciatemi accennare ancora a un tema che suscita molte controversie. Viene ripreso da tutti, in maniera più o meno competente, a volte anche con toni del tutto privi di umanità e di spirito cristiano. Un tema dove nessuno ha da offrire delle soluzioni semplici, che suscita domande, insicurezze e timori e che ci sfiderà ancora per molto tempo – anche dal punto di vista religioso e pastorale: il tema dei profughi.
Nella sfida enorme della crisi dei profughi molto è legato al fatto che non ci siamo soltanto noi. Soprattutto uno slogan mi crea disagio: „Prima noi e poi gli altri“. Di esso si nutrono le facili generalizzazioni e le semplicistiche soluzioni populistiche che alimentano l’invidia e che alla fine contrappongono uomo a uomo.
Molti saranno i problemi che ancora arriveranno: umani, sociali, culturali, politici e anche religiosi. Nessuno ha soluzioni pronte e ringrazio tutti coloro che si occupano di queste questioni urgenti con responsabilità e competenza, anche a livello politico nella nostra provincia. Un sentito grazie va anche a quelle parrocchie che affrontano questa sfida prendendo l’iniziativa in maniera creativa e generosa e che molto si impegnano per agire concretamente. La questione che spesso mi preoccupa anche per l’insieme della nostra società è: siamo disposti ad affrontare uno sviluppo che non può essere fermato? O in modo ancora più esistenziale: siamo veramente disposti a condividere? Una cosa è sicura: l’atteggiamento biblico dell’ospitalità non va riservato solamente a turisti con buone possibilità finanziarie. Papa Francesco spesso critica due atteggiamenti: l’indifferenza (questo non mi riguarda, non mi faccio coinvolgere da questo!) e „la non-cultura dello spreco“.
Spesso mi viene posta la domanda se – anche dal punto di vista ecclesiale-pastorale – la presenza degli “altri” non mi crei preoccupazioni e paure. Il mio tentativo di risposta in questo caso è il seguente: i cristiani nella nostra società sempre di più diventano persone cui vengono poste questioni e che vengono messe in discussione. Essi, oggi, devono sapere chi sono, a chi appartengono e da che parte stanno. Senza identità non esiste un dialogo sincero, aperto, rispettoso e libero dalla paura – non tra di noi e non con persone di confessioni, religioni, culture e visioni del mondo differenti. Ciò che mi preoccupa non è la diversità degli altri – a prescindere dal fatto che tra le persone, che vengono da noi non pochi sono cristiani – ma la scarsa identità e la debole prassi cristiana tra di noi. Non sono gli altri che devono occuparsi della nostra identità e non sono gli altri che mettono in pericolo la nostra identità.
 

Impegno politico nell'anno elettorale
Il nostro sinodo diocesano cita al numero 512: "La Chiesa dell’Alto Adige sostiene l’impegno politico al servizio del bene comune, attraverso prese di posizione pubbliche e azioni concrete. La Chiesa locale sensibilizza e incoraggia i credenti ad assumere responsabilità per questo tipo di impegno”. Durante l'anno pastorale 2017/2018 si terranno elezioni politiche sia a livello nazionale che nella regione Trentino-Alto Adige. I cristiani non pensano che la politica sia un'attività sporca, né tantomeno che lo debba divenire. I cristiani si lasciano coinvolgere, non si tirano indietro, non parlano male dell'impegno politico e, soprattutto, non si accontentano di farsi da parte, di protestare e di pretendere, di pretendere sempre di più – naturalmente dagli altri. La formazione e l’impegno politico hanno a che fare con il Vangelo - anche se vi è il pericolo di essere strumentalizzati e di rimanere “scottati”, intrappolati tra posizioni contrapposte. La cosa può andare molto in fretta: non appena la Chiesa, a partire dal Papa, si esprime su questioni concrete e sociali, determinate cerchie e gruppi intervengono subito richiamandosi alla separazione tra Chiesa e stato. Questa separazione non è in discussione e tutti noi ne siamo profondamente convinti! Ma il Vangelo prende posizione: nell'Antico Testamento si tratta "delle vedove, degli orfani, degli stranieri che vivono nella tua città". Nel Nuovo Testamento "i poveri", cui Gesù sa di essere stato mandato in modo particolare, assumono numerosi nomi e volti differenti. È per questa ragione che la Chiesa - che non si identifica solamente con i suoi ministri, bensì con tutto il popolo di Dio nella sua molteplicità - non può tacere quando si tratta delle grandi questioni della vita umana, dell'oppressione, della debolezza, dei bisogni, delle necessità e della convivenza umana.
Cito solo alcuni ambiti significativi in cui, in quanto cristiani, dovremmo spenderci e prendere posizione: la dignità della persona umana - dal concepimento al fine-vita; la dignità dell'uomo non è mai selettiva: essa vale prima di ogni differenza che sempre si darà tra noi uomini; il deciso impegno a favore del matrimonio e della famiglia, sia con le parole che nella concretezza dei fatti; nessun tipo di strumentalizzazione ideologica o per interesse di parte sulla questione dei migranti; nessuna voce cristiana per soluzioni veloci ed egoistiche; nessuna voce cristiana a favore di estremismi contrari alla dignità umana e populistici, ma sull’esempio di Josef Mayr-Nusser la promozione di un impegno coraggioso per la giustizia e la pace con il coraggio dei piccoli passi magari imperfetti, ma onesti, concreti e sostenibili.
La voce delle nostre associazioni ecclesiali è particolarmente richiesta ed è importante!
La voce della Chiesa e dei cristiani appartiene chiaramente a una politica che si schiera per il bene comune. E quindi: pratiche economiche eque e sostenibili; protezione dei deboli e dei poveri, chiunque essi siano; promozione della buona e pacifica convivenza tra gruppi linguistici; salvaguardia del creato come prerequisito per ogni decisione.
 

Abbiamo bisogno della domenica „il nostro giorno” (San Girolamo)
Mi sono trovato particolarmente spesso negli scorsi sei anni a formulare una richiesta, perché sono fermamente convinto che proprio ad essa siano legati aspetti religiosi, sociali, culturali e politici: il rapporto con la domenica e con le nostre festività.
Mi permetto anche qui, oggi, di citare la mia ultima lettera pastorale. Proprio questo tema ha molto a che fare con uno stile di vita cristiano. Si tratta di un’espressione particolarmente concreta dell’immagine cristiana di Dio e dell’uomo, e chiedo a tutti di fare di questo un tema qualificante della pastorale: “Abbiamo bisogno della domenica e delle nostre festività con le loro opportunità sociali, familiari, culturali e religiose! Noi uomini abbiamo bisogno di più e valiamo di più del consumo, del rumore di un registratore di cassa e di un’attività frenetica e senza sosta. L’uomo non può ridursi al fare, al produrre, al consumare e al possedere…Ritengo sia oggi una priorità per la Chiesa lo spendersi per ciò che non porta alcun profitto immediato: per il tempo sacro, per le nostre festività e soprattutto per le domeniche…Ringrazio di cuore tutti coloro che vanno controcorrente, che nel loro campo danno un segnale concreto e dicono consapevolmente “no” a questo sviluppo, perché è in gioco un “sì”: sì all’uomo, alla famiglia, alla società, al creato, alla nostra cultura e alla nostra fede”.
Come comunità ecclesiale dobbiamo esserne consapevoli o diventarlo maggiormente: la domenica è oggi sicuramente minacciata dal difuori, ma ancor più dall’interno. Potremo salvaguardare la domenica solamente se la celebriamo, la rispettiamo e la viviamo da cristiani. Chiedo perciò a tutti di riflettere insieme su come ci comportiamo in concreto nelle nostre parrocchie e comunità ecclesiali nei confronti della domenica. Che cosa si addice alla domenica? Cosa non dovrebbe avvenire di domenica? Che cosa ne altera il senso?
Sono io personalmente in grado di dire, assieme ai 49 cristiani che sono stati uccisi in Nordafrica nell’anno 304: “Sine dominico non possumus”?
Parroco – incaricato pastorale – responsabile parrocchialeNel corso dell’anno trascorso abbiamo intrapreso un nuovo cammino. Un presbitero cui vengano affidate più parrocchie viene nominato in una di queste parroco e nelle altre incaricato pastorale. In queste ultime si cercano dei responsabili parrocchiali che vengono ufficialmente incaricati per mezzo di una nomina vescovile. Si tratta di un tentativo di alleggerire le persone coinvolte di gravosi carichi di lavoro e contemporaneamente di percorrere vie di collaborazione pastorale tra presbiteri e laici. Il percorso è irto di ostacoli – e lo capisco. Non poche parrocchie hanno difficoltà. L’ignoto mette in parte paura. Il congedo dai ruoli consueti è doloroso. Nuovi ruoli debbono essere ancora trovati, ovvero vissuti e praticati. Ai preti e all’ intera parrocchia deve stare a cuore di collaborare affinché questo passaggio abbia successo. Nelle attuali condizioni – e nessuno è oggi in grado di offrire soluzioni che tengano per sempre – si tratta di un’occasione importante per esercitare la partecipazione e la responsabilità comune per la Chiesa, là dove essa si trova. Ricordo con gratitudine che ci sono già senz’altro esperienze positive fatte da incaricati pastorali e responsabili parrocchiali che ci incoraggiano su questo cammino.

 
Unità pastorali
Sono state numerose le reazioni al nuovo piano per le unità pastorali. Ringrazio di questo. È un buon segno che molte parrocchie e comunità si siano espresse. Malgrado tutto regna un’atmosfera positiva e nelle nostre parrocchie ci sono tanti cristiani impegnati pronti ad affrontare i cambiamenti e ad assumersi responsabilità in questa nuova situazione.
Dobbiamo sempre più imparare a leggere i segni dei tempi: non si tratta solamente di capire come si possa organizzare la pastorale con un numero minore di presbiteri. Non si tratta nemmeno soltanto di ampliare il raggio di azione pastorale dei presbiteri su di un territorio più esteso. Non si tratta per nulla di presentare un’immagine di Chiesa con delle alternative del tipo: “meno preti” e “più laici”; oppure “se avessimo preti a sufficienza, non ci sarebbe bisogno dei laici”; e neppure “oggi i laici debbono impegnarsi al posto dei sacerdoti o addirittura sostituirli”. No: vorremo avere - e per questo ci impegniamo -  “più presbiteri, più diaconi, più laici”, e “presbiteri, diaconi e laici insieme!”
“Più insieme” e “più responsabilità comune”. Ciò significa anche prendersi cura della collaborazione tra parrocchie come dell’aiuto e del sostegno reciproco. Non si dovrà fare e offrire tutto in ogni parrocchia! Per questo le unità pastorali non sono tanto “la gestione di un’agonia”, come qualcuno mi ha scritto qualche mese fa, bensì piuttosto un compito e l’opportunità di mettersi in rete. Anche in passato la Chiesa è sempre stata più ampia e più grande della propria parrocchia! 
 

Apprezzare presbiteri e laici nel loro essere e nel loro fare
In molti ambiti della nostra chiesa locale i laici si assumono al giorno d’oggi compiti che sino ad ora erano chiaramente di competenza dei presbiteri: per dirlo in un ambito soltanto, quali guide di celebrazioni della Parola e presto anche come guide della celebrazione delle esequie.
In questi casi sono soprattutto i presbiteri a porsi la questione: che cos’è essenziale per un presbitero, ciò a cui non si può rinunciare e su cui ci si deve concentrare? 
Ci sono sempre difficoltà iniziali per chi si trova a ricoprire un ruolo nuovo. Anche per le comunità risulta difficile fare i conti con i ruoli che cambiano. Capita che gli sforzi che presbiteri e laici svolgono in ruoli, competenze e forme nuove vengano visti con riserva, se non anche apertamente osteggiati e criticati in modo non costruttivo: questo non deve accadere! 
Deve essere un proposito comune quello di incoraggiarci e darci forza reciprocamente. Questo soltanto ci fa proseguire nel cammino! In particolare quando i segni dei tempi ci impongono di percorrere strade nuove, coloro che - laici o presbiteri che siano -  si trovano in prima linea e debbono imparare nuovi ruoli e funzioni hanno bisogno del sostegno e dell’accompagnamento ben disposto di tutta la comunità di fede. Qui ricordo soprattutto il centrale compito sacramentale del ministero ecclesiale: essere a servizio dell’unità. La presidenza dell’Eucaristia, affidata ai presbiteri tramite il Sacramento dell’Ordine, significa non da ultimo: essi si prendono cura nella Chiesa della collaborazione e del sostegno reciproco dei vari carismi e ministeri. Essi raccolgono e orientano la comunità intera sotto la Parola di Dio e, nella forza del Sacramento, verso il Signore della Chiesa. Noi vescovi e presbiteri tradiremmo allora il cuore della nostra vocazione sacramentale se fossimo causa di polarizzazione piuttosto che di unione.
Tutti lo sappiamo e ne facciamo esperienza: oggi non esiste alternativa alla collaborazione tra presbiteri e laici e questo non perché vi saremmo costretti dalle circostanze, quanto piuttosto perché crediamo a ciò che già l’apostolo Paolo aveva scritto alla comunità cristiana di Corinto: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.” (1 Cor 12,4-6) Tutto sta ad iniziare a pensare e a parlare bene gli uni degli altri. Se oggi, nel rapporto tra presbiteri e laici qualcuno vuole vincere a tutti i costi, perderanno sempre entrambi. Proprio in questo processo di nuovi compiti e competenze prego affinché vi siano stima ed incoraggiamento vicendevoli e perché non solo si pensino, ma anche ci si dicano parole di riconoscimento e di lode.
 

Sacramento della cresima
Nel febbraio 2017 ho istituito un gruppo di lavoro che, partendo dai provvedimenti del Sinodo Diocesano, ha avuto il compito di rielaborare un progetto per la preparazione al sacramento della cresima.
In futuro non sarà più fattibile una preparazione al sacramento della cresima, così come attuata fino ad ora in molte parrocchie della nostra diocesi.
In futuro si dovrà porre l’attenzione soprattutto ai contenuti che hanno a che fare con il sacramento della cresima e ad una nuova attenzione nei confronti dei giovani nel loro cammino di fede. Le comunità parrocchiali sono chiamate a riappropriarsi seriamente della propria responsabilità nei confronti dei percorsi di preparazione al sacramento, il che significa: accompagnare bene i giovani e i giovani adulti; favorire la collaborazione nelle unità pastorali o nella pastorale cittadina e con associazioni, ordini religiosi, Skj, azione cattolica, servizi giovani e convitti. Ciò dovrebbe favorire una decisione più consapevole per il sacramento della confermazione.
Vorrei brevemente riassumere i tre punti centrali del progetto:
1. La preparazione alla cresima deve durare almeno un anno.
2. La preparazione alla cresima si strutturerà in tre fasi:
a. Informazioni nelle parrocchie con la richiesta di iscrizione;
b. Preparazione al sacramento nelle parrocchie e nelle unità pastorali con la decisione di richiedere il sacramento
c. Celebrazione del sacramento
3. L'Ufficio scuola e catechesi metterà a disposizione il materiale, formerà i catechisti e dove richiesto, accompagnerà il percorso di cambiamento nelle unità pastorali.
Il progetto elaborato sarà presentato nei prossimi mesi agli organismi diocesani - alla Conferenza dei decani, al Consiglio presbiterale e al Consiglio pastorale. Ritengo molto importante il coinvolgimento di questi organismi nel processo di rinnovamento come anche il dare l’opportunità a molti gruppi e responsabili di familiarizzarsi con il progetto e di esprimere anche il proprio parere.
A questo punto stabilirò nella nostra Diocesi un periodo di riflessione durante il quale ci confronteremo con il progetto concreto per strutturare bene la preparazione alla Cresima ad ogni livello.
Pertanto, in tutte le parrocchie della diocesi non sarà celebrata alcuna Confermazione negli anni 2020 e 2021 - ad eccezione delle cresime per gli adulti e delle cresime celebrate nel contesto del battesimo degli adulti.
Chiedo a tutti di farsi carico di questo sforzo e di contribuire alla sua attuazione, accompagnandolo con la preghiera.
 
 
Convivenza dei gruppi linguistici - riforma della curia
Già da un anno a questa parte gli uffici di curia vengono guidati da una persona sola. Così ha deciso il Sinodo e così ho voluto come Vescovo. Nel corso del primo anno si è visto che è stata una buona e giusta decisione. Essa ha contribuito in modo essenziale ad uno scambio più stretto tra i gruppi linguistici nella nostra Diocesi, senza che questi abbiano perso qualcosa delle proprie peculiarità. Tutti profittano di questo intenso dialogo e per me si esprime in tal modo la vocazione della Chiesa, il suo fondamentale compito di creare unità tra le persone.
Questa “unità nella diversità” è parte integrante dell’identità della nostra Diocesi ed è anche un importante contributo alla società altoatesina e a tutti gli abitanti di questa terra.
Ringrazio tutti per la buona volontà che hanno dimostrato in questo campo. Mi auguro che i cambiamenti in curia ci possano rafforzare nei nostri sforzi per l’unità nella diversità in tutta la Diocesi.
Trovo che la decisione dell’anno scorso di nominare un Vicario generale, un Vicario per il clero, un Direttore dell’Ufficio pastorale, un Direttore dell’Ufficio scuola e catechesi sia stata – anche dopo le esperienze dei mesi passati – un buon passo, importante per il cammino ed il compito della nostra Diocesi. Mi rallegro che dal 1 settembre anche la Caritas abbia un direttore unico. Ringrazio tutti coloro che negli anni hanno lavorato per la realizzazione di questo passo. Auguro a Paolo Valente di poter guidare con mano sicura la nostra Caritas. Si tratta in buona parte della “carta d’identità della nostra Chiesa locale”.
A partire dal 1 settembre vi è in curia il nuovo Ufficio matrimonio e famiglia. Auguro alla nuova direttrice Johanna Brunner grande sensibilità e ricche benedizioni! Si tratta di un segnale importante: matrimonio e famiglia debbono essere una priorità a livello personale, ma anche sociale ed ecclesiale. Matrimonio e famiglia ci permettono, come Chiesa, di raggiungere le persone e di annunciare loro un messaggio di gioia e di speranza.
 

Sinodo dei Vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale
”Con lo sguardo rivolto alla Chiesa universale e al prossimo Sinodo dei Vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” invito la nostra Diocesi – ed in particolare i gruppi e le associazioni giovanili – a partecipare al processo che coinvolge tutto il mondo e che cerca di aprire vie affinché i giovani possano incontrarsi con il Vangelo. Questo deve diventare per loro guida e orientamento di vita, alla scoperta dell’incontro con Dio, proprio anche attraverso la propria vocazione.
La pastorale vocazionale non è pastorale di nicchia. Il Vangelo è sempre “Vangelo della chiamata”, come Papa Francesco ha spesso sottolineato. Il dono stesso della vita, il proprio essere persona, il matrimonio, la famiglia, la vita consacrata, l’impegno per le persone bisognose - tutto ciò è sempre per i cristiani una chiamata alla sequela! Il Sinodo si svolgerà nell’ottobre del 2018: il questionario che è stato inviato può essere riconsegnato completo di risposte entro il 30 novembre 2017.
 

Sguardo all’essenziale
La complessa situazione, nella quale ci troviamo oggi come Chiesa e i diversi cambiamenti che sono necessari a livello strutturale comportano il pericolo che badando agli alberi perdiamo di vista il bosco. Per questo è importante aguzzare la vista per le reali necessità e sviluppare anche il coraggio di lasciare qualcosa da parte. Vorrei incoraggiare ad una “pastorale della vita quotidiana”, un’espressione che riprendo da P. Karl Rahner SJ. Non l’eccezionale bensì il quotidiano, non lo straordinario, bensì l’ordinario ci forma e ci unisce. Meno “mentalità dell’evento” soprattutto nei battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni, funerali e più sostanza e contenuto! Abbiamo anche il coraggio di non cercare le cose perfette, non esigiamo troppo gli uni dagli altri! Non siamo noi a dover salvare la Chiesa o il mondo. Questo lo fa un Altro - lo ha già compiuto nella vittoria pasquale della risurrezione.
E’ proprio questa serenità pasquale che voglio augurare a tutti noi. Essa ci fa bene ed è espressione della nostra fede! Come Chiesa di oggi siamo debitori nei confronti del nostro tempo - con i suoi molti cambiamenti, le spaccature, gli stravolgimenti, le contraddizioni, le rotture, con le sue possibilità e con le sue lacune - proprio di questa speranza pasquale che ci toglie un peso e che ci libera!
La Chiesa non può occuparsi troppo di se stessa! La Chiesa non ha solo una dimensione orizzontale, ma in primo luogo e soprattutto una dimensione verticale. La prima immagine di Chiesa del Concilio Vaticano II è la Chiesa come mistero, come sacramento. Essa non è fine a se stessa e soprattutto non è il fine della nostra fede e della nostra pastorale. È “segno e strumento” al servizio dell’unità, come dice il Concilio Vaticano II (LG 1).
La perfetta unione con Dio e tra di noi esseri umani ci sarà donata in cielo. Oggi possiamo viverne un anticipo e celebrarlo, annunciarlo e prepararlo. La Chiesa è in questo senso sempre in Avvento: Ciò che è grande, decisivo, indisponibile deve ancora venire. Vale la pena porci spesso - sia personalmente che nel nostro sforzo pastorale - la domanda così semplice e allo stesso tempo così centrale: crediamo davvero al Cielo - non come una metafora, bensì come nostro desiderio, come nostro obiettivo, come nostro scopo, come nostra patria?
 
Ringraziamento
Cari confratelli, cari religiosi, care collaboratrici e cari collaboratori nei vari ambiti della pastorale, vi chiedo di continuare il cammino comune - sotto la Parola di Dio e anche uniti reciprocamente da un dialogo onesto, aperto e costruttivo.
Uno speciale ringraziamento va a tutti coloro che all’inizio di questo nuovo anno di lavoro hanno lasciato un incarico o un servizio. Vi prego di continuare a stare insieme, a pensare insieme e ad essere responsabili insieme, in un cammino comune di collaborazione. A tutti coloro che hanno assunto un nuovo compito presso la Curia vescovile, nella pastorale parrocchiale e in altri ambiti della pastorale nella nostra Diocesi, auguro che ci possiamo sostenere vicendevolmente, aiutandoci e rimanendo gli uni al fianco degli altri, sul cammino comune – sulla SUA Parola, con gioia e speranza.
Un sentito ringraziamento per tutte le forme di cammino comune nella fede. Un sentito ringraziamento per la disponibilità, a sopportare assieme le fatiche, i pesi, le questioni aperte. Un sentito ringraziamento anche per la grande benevolenza, che molti di voi mi dimostrano. Ringrazio Dio e voi per questo cammino comune.
Josef Mayr – Nusser, ci aiuti a essere testimoni. Questa è “la nostra unica convincente arma”. Questo è il nostro compito. Per questo c’è bisogno di noi - ognuno e ognuna di noi - e di noi tutti insieme. 
Giulan, De gra, un sentito e cordiale grazie, vergelt´s Gott!