Josef Mayr-Nusser (1910-1945) 

 

"Papa Francesco ha firmato il documento in cui si attesta che presto Josef Mayr-Nusser potrà essere venerato come martire e beato della nostra Chiesa. Con gioia e speranza, insieme a molte altre persone della nostra Diocesi, attendo la beatificazione che avverrà il 18 marzo 2017 nel Duomo di Bolzano, la sera che precede il giorno dell’onomastico del nuovo beato. Il giorno seguente, solennità di San Giuseppe, celebreremo una S. Messa di ringraziamento per la beatificazione. La ricorrenza liturgica del nuovo beato sarà celebrata per la prima volta il 3 ottobre 2017." (Vescovo Ivo Muser - vedi l'intera dichiarazione)

L´appello era risuonato di buon'ora nelle stanze intonacate di quello che un tempo era il manicomio, a Konitz, cittadina nei pressi di Danzica, nella Prussia Occidentale.
Gli uomini che erano stati reclutati non solo in Germania, ma anche nei territori occupati, erano stati radunati nel piazzale per ricevere le ultime istruzioni in vista del giuramento solenne a Hitler, in programma per il giorno successivo, con il quale sarebbero divenuti, in tutto e per tutto, delle SS. Il maresciallo passando in rassegna le reclute nel piazzale spiegò loro, con un discorso pieno di immagini retoriche, quale significato avessero le parole che avrebbero pronunciato di lì a poche are: «Giuro a te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te obbedienza sino alla morte. Che Dio mi assista».
Il maresciallo non aveva ancora finito di parlare, quando, all'improvviso, il suo discorso venne interrotto da una recluta, che, in fila in mezzo agli altri, alzò la mano chiedendo il permesso di parlare. «Signor maresciallo maggiore, non posso giurare a questo Führer». A parlare era Josef Mayr, originario del maso Nusser, nei pressi di Bolzano. Le parole di quell'uomo di 34 anni fecero calare il silenzio nel piazzale. Il maresciallo, al quale in vita sua non era fino ad allora accaduto nulla di simile, andò subito a chiamare il comandante della compagnia, che chiese a Josef per quale motivo non poteva prestare il giuramento. «Per motivi religiosi», rispose Josef. «Dunque lei non si sente un nazionalsocialista al cento per cento?», incalzò il comandante. «No, non lo sono», rispose Josef.
Il comandante rimase calmo e gli chiese solo di mettere per iscritto la dichiarazione che aveva appena rilasciato, cosa che Josef Mayr-Nusser fece subito. Nessuno, quel giorno, comprese il significato di quel gesto e di quelle parole. Cosa era successo a Pepi, come veniva chiamato dai suoi compagni, che cosa lo aveva spinto a mettere a repentaglio la sua vita in quel modo?
Tornati in stanza, il suo vicino di branda provò a chiedergli una spiegazione: «Pepi, anch'io sono un cattolico praticante, ma non credo che il Signore pretenda da noi che rischiamo tanto in questo modo». «Se nessuno ha il coraggio di dire loro che è contrario alle idee nazionalsocialiste», replicò Josef, «non cambierà mai nulla». Aggiunse poi che era consapevole che quella sua scelta gli sarebbe costata la libertà e forse anche la vita, ma, nonostante tutto, sapeva bene che non poteva agire diversamente.
Il rifiuto di Josef Mayr Nusser non era frutto di un momento di intemperanza, ma aveva radici ben più profonde e solide. Ci aveva pensato a lungo e aveva condiviso questa sua decisione, tanto meditata e ponderata, con suo fratello don Jakob. Alla sua amata moglie Hildegard, in una lettera scritta una settimana prima, aveva chiesto di pregare per lui, «affinché nell'ora della prova agisca senza timori o esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza». Josef sapeva bene che il rifiutarsi di prestare giuramento al Führer gli sarebbe potuto costare la vita. Aveva tuttavia una minima speranza che, come cittadino italiano, sarebbe stato sottratto alla pena di morte. «Il fatto che sono un cittadino italiano», aveva scritto alla moglie, «potrà essere forse, nel momento decisivo, un'attenuante agli occhi dei giudici. In ogni caso sarà bene che tu ti prepari anche al peggio».
Josef sapeva che, nella migliore delle ipotesi, poteva essere internato in un campo di concentramento. Non era il giurare in sè che non incontrava il suo consenso (lo aveva già fatto, qualche anno prima, quando faceva il militare nell'esercito italiano in Piemonte), ma il fatto che Josef era ben informato sui massacri di cui si erano macchiate le SS e non ne voleva diventare complice. Il suo "no" a Hitler non era frutto di renitenza giovanile, ne di paura di fronte ai pericoli e alle sofferenze della guerra. Il suo "no" a Hitler fu l'espressione più alta di una vita dedicata a Gesù Cristo, alla Chiesa e al prossimo.
Josef Mayr Nusser, nel suo personale rifiuto al nazionalsocialismo e alle sue regole, è stato un grande testimone e martire della fede del Novecento, la cui figura merita di essere annoverata fra le più nobili della nostra terra.

Un monumento con un messaggio, un monito