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Relazioni & interventi

Convegno pastorale 2026: Liturgia - sorgente di vita

Vescovo Ivo Muser

Convegno Pastorale - relazione

17 - 18 Settembre 2026

Permettetemi all'inizio un esperimento mentale. Immaginiamo che oggi dovessimo ricominciare da capo in un luogo dove non esiste ancora una comunità cristiana. Nessuna struttura consolidata, nessuna parrocchia, nessun organo – solo una piccola comunità di persone che hanno incontrato Cristo e desiderano vivere secondo il Vangelo. Da dove inizieremmo?

Probabilmente non cominceremmo subito a costruire strutture e a pianificare, per quanto importante sia, ma per prima cosa ci riuniremmo, ascolteremmo la Parola di Dio, pregheremmo, ringrazieremmo Dio e spezzeremmo il pane. In una parola: celebreremmo il culto divino – non come un servizio per gli altri, ma per il nostro stesso bisogno dell'incontro con Cristo nella Parola e nel Sacramento.

Questo esperimento rimanda a un dato fondamentale: la Chiesa nasce dall'incontro con Cristo e vive anzitutto di ciò che riceve. Per questo la liturgia non è un ambito d'azione pastorale tra tanti, ma il luogo in cui incontriamo Cristo, riceviamo la nostra missione e ritroviamo sempre il nostro centro. La questione della liturgia è la questione della fonte della vita ecclesiale.

Da dove attingiamo la forza? Questa domanda oggi ha un'urgenza particolare: le nostre comunità liturgiche diventano più piccole, in molti luoghi mancano intere generazioni. È diventato difficile trovare persone che si impegnino attivamente, e molte persone si chiedono con preoccupazione quale sia il futuro delle loro comunità. Di fronte a questi sviluppi, spesso rivolgiamo lo sguardo anzitutto alle strutture. Discutiamo di spazi pastorali, collaborazione e strutture. Queste domande sono necessarie. Ma non sono prioritarie. La prima domanda è: cosa nutre e rafforza la nostra fede?

L'organizzazione può sostenere la vita ecclesiale, ma non può generarla. Molte persone non hanno più familiarità con il linguaggio della fede e quindi con l'interpretazione cristiana della propria vita – questo riguarda ormai anche la cerchia più ristretta di coloro che si impegnano. Il rinnovamento inizia lì dove impariamo di nuovo insieme a comprendere la nostra vita alla luce del Vangelo e a condividere con altri l'incontro con Cristo.

Liturgia come scuola dell'ascolto

La liturgia è al centro di questo rinnovamento. Il suo senso più profondo è infatti – come mostra il racconto di Emmaus – l'incontro con Cristo, che nella Parola ci dischiude il senso della nostra vita e si dona a noi nel Sacramento. Qui riceviamo la nostra missione. La liturgia ci insegna ad ascoltare e ci protegge da un attivismo che misura il successo dell'agire ecclesiale in base all'organizzazione, all'efficienza o al numero di iniziative. La Chiesa non vive perché fa molte cose, ma perché si lascia radunare e inviare sempre di nuovo da Cristo.

Affinché la liturgia diventi scuola di ascolto, è necessario che Parola e Sacramento siano celebrati in modo tale che le persone possano comprenderli e parteciparvi interiormente. Una celebrazione dignitosa, comprensibile e adeguata ai tempi è pertanto un imperativo del nostro tempo. Invito tutti i sacerdoti, i diaconi e i responsabili a formarsi, a chiedere un riscontro sincero e a riflettere insieme sulla propria prassi liturgica. La liturgia vuole essere curata, affinché possa dispiegare il suo splendore.

Celebrare la liturgia nell’unità e nella diversità 

Ma cosa conferisce alla liturgia il suo splendore? Le controversie liturgiche si accendono di continuo attorno alla questione della tradizione. Dietro di essa si cela una domanda ancora più fondante: che cosa intendiamo in definitiva per tradizione? È forse la conservazione immutata di una determinata forma storica? Oppure significa adattarsi quanto più possibile allo spirito del tempo? Entrambe le visioni sono riduttive.

Durante l'udienza generale dello scorso 26 agosto, papa Leone XIV ha detto: “La liturgia, infatti, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici.”

Anche il più recente sviluppo della dottrina ecclesiastica sulla “guerra giusta”, nell'enciclica Magnifica humanitas, mostra che la tradizione non significa stasi. Sotto la guida dello Spirito Santo, la Chiesa cresce verso una comprensione più profonda del Vangelo.

Se riusciamo a capire questo, possiamo inquadrare meglio anche alcune tensioni in ambito liturgico riscontrabili nella nostra diocesi. Un esempio particolarmente evidente è la discussione sul rapporto tra celebrazione eucaristica e liturgia della Parola.

Come in tante questioni, la risposta non sta nell'"aut-aut", ma nel "sia… sia". Le istanze legittime devono essere considerate insieme e connesse tra loro. Le linee guida per la liturgia nelle unità pastorali, che ho emanato nel 2020, continuano a svolgere questa funzione di equilibrio. Esse possono aiutarci a evitare conflitti ideologici sul territorio e a percorrere una strada comune. Ricordo i punti cardine di queste direttive.

Primo: l'orario delle celebrazioni liturgiche non è competenza della singola parrocchia, ma un compito di solidarietà a livello di unità pastorale. Le parrocchie si coordinano nell'unità pastorale e intraprendono poi insieme il loro cammino.

Secondo: nell'unità pastorale vi è un luogo eucaristico principale e affidabile, una parrocchia in cui, come servizio per tutti, a orari stabiliti nelle domeniche e nei giorni festivi, viene celebrata l'Eucaristia. Anche in questo caso non dobbiamo pensare a un presunto privilegio, ma a un servizio alla comunità all'interno dell'unità pastorale. Un chiaro centro eucaristico diventa sorgente di forza per la missione nell'unità pastorale. È importante che i fedeli, per i quali è possibile, siano anche disposti a sostenere questo punto di riferimento con la loro presenza e con la loro partecipazione attiva.

Terzo: celebrazioni domenicali a orari fissi in tutte le parrocchie dell'unità pastorale. Laddove non si possa celebrare l’eucarestia, si terrà una celebrazione della Parola o un'altra forma di liturgia. A questo proposito, è importante per me che venga valorizzata tutta la ricchezza del celebrare e del pregare liturgicamente: celebrazioni della Parola, Lodi e Vespri, adorazioni eucaristiche, il rosario comunitario, l'evensong e tutte le altre forme di preghiera previste dalla Chiesa. Anche qui non si tratta di insistere sull'autonomia o sull'autosufficienza, ma di testimoniare Cristo in una presenza missionaria sul territorio, in mezzo alla gente.

Abbiamo linee guida che indicano una buona via di mezzo tra le legittime istanze e consentono, nel senso della tradizione viva, uno sviluppo responsabile. Ora è decisivo conoscere queste linee guida e attuarle insieme, invece di rinegoziare continuamente le stesse questioni di principio.

Un'altra questione di particolare rilevanza è la mia decisione – e quella dei miei predecessori Wilhelm Egger e Karl Golser e del nostro Sinodo diocesano – di curare la celebrazione della Parola come forma autonoma, senza la distribuzione della comunione. Qui desidero ribadire ancora una volta: si tratta di apprezzare entrambe le forme celebrative nella loro specificità.

L'Eucaristia rimane fonte e culmine della vita ecclesiale! Nel mio messaggio pastorale per la Quaresima del 2026 ho citato il primo capitolo dell'Introduzione generale al Messale Romano: „La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli fedeli. Nella Messa, infatti, si ha il culmine dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo… “ 

Non rendiamo però giustizia alla celebrazione della Parola se la intendiamo soltanto come una misura sostitutiva o un espediente. Essa ha un suo valore autonomo. Là dove la comunità si raduna, la Scrittura viene proclamata e le persone pregano insieme, Cristo incontra la sua Chiesa. La dignità della celebrazione della Parola non risiede quindi nel suo avvicinarsi all'Eucaristia, ma nella specificità del suo compito: porre la comunità cristiana sotto la Parola di Dio e da lì rafforzarla e inviarla nel mondo.

So che per molti la mancanza dell'Eucaristia domenicale è una perdita amara. E desidero anche che noi percepiamo il dolore di non poter più celebrare sempre l'Eucaristia nelle nostre domeniche e nei giorni festivi! Allo stesso tempo, è importante che insieme guardiamo in faccia la realtà. Solo così può crescere quella disponibilità spirituale che ci permette di affrontare i cambiamenti che oggi ci vengono richiesti.

Proprio nelle attuali condizioni pastorali, la celebrazione della Parola apre anche nuove possibilità. Per molte persone, la celebrazione comunitaria della Parola di Dio può diventare un primo luogo di esperienza di fede, più facilmente accessibile. Per questo, i cambiamenti in atto non vanno intesi come una rottura con la tradizione, ma come un invito a riscoprire e a sviluppare ulteriormente la ricchezza della nostra tradizione liturgica.

La liturgia plasma il volto della Chiesa 

In mezzo ai cambiamenti, è necessario tenere presente l'essenziale. Ogni celebrazione liturgica trasmette una determinata immagine di Chiesa. Essa esprime come intendiamo il rapporto tra Dio e l'uomo, tra ministero ecclesiastico e comune vocazione battesimale, tra guida e partecipazione. Perciò non è decisivo soltanto chiedersi se le nostre celebrazioni siano liturgicamente corrette o esteticamente gradevoli, ma se in esse diventi sperimentabile quella Chiesa alla quale ci conducono il Vangelo e il Concilio Vaticano II. 

Se parliamo di una Chiesa sinodale, ciò deve tradursi anche nei nostri atti liturgici. Se ribadiamo la vocazione comune di tutti i battezzati, essa deve emergere nelle nostre celebrazioni. E se diciamo di volere una Chiesa vicina alla gente, allora questa prossimità dev'essere percepibile nel linguaggio, nei gesti e nello stile stesso del celebrare.

Ciò presuppone che ascoltiamo le persone. Il modo più semplice per farlo è coinvolgerle nella preparazione della liturgia. Laddove famiglie, giovani e altri fedeli assumono responsabilità, le loro esperienze e i loro carismi vengono alla luce. Perché non dovremmo più spesso approfondire insieme la Parola di Dio, far nascere preghiere dei fedeli dalla vita della comunità o lasciare che le persone partecipino all'annuncio e alla preparazione della celebrazione? In questo modo la liturgia non cresce solo per le persone, ma insieme a loro.

Desidero esortare espressamente a sperimentare consapevolmente tali forme di corresponsabilità. Tradizione viva non significa né inventare tutto da capo, né conservare tutto immutato. Essa unisce fedeltà e attento sviluppo. Ciò è possibile solo se siamo radicati nella fede della Chiesa.
In questo modo la liturgia diventa ciò che è per sua essenza: celebrazione dell'intero popolo di Dio. Non si limita a proclamare la sinodalità, ma la fa vivere concretamente. Ed è proprio in questo che risiede la sua forza missionaria.

La sintonia tra celebrazione e vita

La liturgia non si esaurisce nel momento della celebrazione. Quello che celebriamo plasma la nostra fede, e la fede che professiamo deve tradursi nella vita di ogni giorno. Tra celebrazione e vita c'è un nesso indissolubile.

Chi incontra Cristo nell'Eucaristia, incontra lo stesso Cristo nell'uomo ferito. L'adorazione del Corpo di Cristo sull'altare non può essere separata dal rispetto per il Corpo di Cristo che ci viene incontro nell'uomo sofferente e vulnerabile. La devozione sacramentale e la responsabilità nella vita quotidiana sono inscindibili. 

L'elaborazione della violenza sessualizzata ha mostrato in modo esemplare che può esistere una dolorosa discrepanza tra l’imperativo evangelico e l'agire concreto della Chiesa. Ci ha messo davanti agli occhi che proclamare l'inalienabile dignità di ogni persona perde credibilità quando tale dignità non viene efficacemente protetta. Questa esperienza colpisce al cuore la credibilità della Chiesa.

Per questo non intendo il progetto "Il coraggio di guardare", che si concluderà nelle prossime settimane, come un ulteriore campo di lavoro accanto agli altri compiti pastorali. Esso appartiene al processo di rinnovamento spirituale della nostra Chiesa locale. È in gioco la pretesa stessa del Vangelo che annunciamo e celebriamo.

Il rinnovo degli organismi parrocchiali 

Se è la liturgia a plasmare la nostra visione di Chiesa e il culto divino si rispecchia anche nella nostra quotidianità, allora queste scelte di fondo devono ispirare anche il nostro modo di guidare le comunità e di assumerci le responsabilità. Devono tradursi nel modo in cui prendiamo le decisioni, nella condivisione reale dei compiti e in uno stile di accompagnamento partecipato e corresponsabile. 

In questo contesto, le elezioni dei consigli parrocchiali del 25 ottobre acquistano il loro vero significato. Sono molto più di un semplice adempimento organizzativo. Esprimono la fiducia che Cristo, anche oggi, edifica la sua Chiesa attraverso la collaborazione di tutti i battezzati, e che lo Spirito Santo le dona le persone di cui ha bisogno per la sua missione. Il Concilio Vaticano II, per questo, afferma con convinzione che il sacerdozio comune di tutti i fedeli, radicato nel Battesimo e nella Confermazione, e il sacerdozio ministeriale, conferito mediante l'Ordine sacro, sono ordinati l'uno all'altro, senza escludersi a vicenda (cfr. LG 10).

Tutti le membra del Popolo di Dio hanno bisogno le une delle altre – non solo a livello organizzativo, ma in forza della fede e dell'essenza stessa della struttura sacramentale della nostra Chiesa!

Per questo desidero che le prossime settimane non siano dedicate unicamente alla preparazione organizzativa delle elezioni. Dovrebbero diventare un tempo di preparazione spirituale. La domanda decisiva non è anzitutto: Chi si candida? Ma piuttosto: Dove ci conduce Dio attraverso le persone che ci mette accanto? Verso quali persone siamo oggi inviati in modo particolare?

Questa domanda cambia anche la cultura dei nostri organismi di partecipazione. Dove si ascolta insieme la Parola di Dio, cambia anche il modo di prendere decisioni. Le discussioni allora non si esauriscono nel soppesare diversi interessi, ma diventano parte di una ricerca comune della volontà di Dio.

Per questo incoraggio tutti i consigli parrocchiali, i team pastorali e i consigli pastorali a prendersi del tempo per la preghiera e per l'ascolto comunitario della Parola di Dio! Raccontatevi a vicenda le vostre esperienze di fede. Non chiedetevi solo quali problemi risolvere, ma anche dove Dio sta già operando nella vostra comunità e dove vuole condurvi. Raccogliete e condividete queste esperienze. Perché una Chiesa sinodale cresce lì dove le persone scoprono insieme ciò che lo Spirito Santo sta già operando in mezzo a loro.

E LUI è all'opera – anche oggi, anche in queste condizioni. Lui ce lo ha promesso.

I team pastorali

In questo contesto vorrei anche soffermarmi sull'introduzione dei team pastorali in tutte le parrocchie. La loro introduzione è certamente legata anche al mutato quadro delle risorse umane. La loro vera ragion d’essere, tuttavia, è più profonda. Chi li interpreta solo come una risposta alla carenza di sacerdoti, ne fraintende il senso.

I team pastorali rendono visibile ciò che il Concilio Vaticano II, il Sinodo mondiale e il nostro Sinodo diocesano sottolineano allo stesso modo: la Chiesa vive della vocazione comune di tutti i battezzati e della pluralità dei loro carismi. Guidare significa quindi riconoscere i carismi, promuovere le persone e assumere insieme la responsabilità. Così nasce quella cultura sinodale dell'ascolto, del discernimento spirituale e della collaborazione di cui la nostra Chiesa ha oggi bisogno.

Papa Leone, nella sua ultima enciclica, ha sottolineato che nella nostra società, ampiamente segnata da individualizzazione, polarizzazione e competizione, noi come Chiesa, condividendo la responsabilità e prendendo decisioni insieme, possiamo diventare un segno credibile del Vangelo.

Il futuro delle nostre parrocchie 

Per concludere, vorrei a questo punto rivolgere lo sguardo al futuro delle nostre parrocchie. Non potremo mantenere a lungo tutte le parrocchie nella loro attuale forma giuridica e organizzativa. Vorrei che tutti voi condividiate questo realismo! Ciò non è espressione di un fallimento né frutto di una strategia consapevole, ma la conseguenza di profonde trasformazioni nella Chiesa e nella società – che ci piaccia ammetterlo o no.

A mio avviso ci sono due tentazioni che possono ugualmente trarci in inganno. La prima consiste nel voler preservare le strutture esistenti a prescindere dalla loro sostenibilità pastorale. Dietro a ciò si cela spesso un giusto amore per la propria parrocchia e per la sua storia. Tuttavia, bisogna considerare che le strutture ecclesiali non sono fini a sé stesse, sono sorte per servire la missione della Chiesa. Laddove non adempiono più a questo compito, devono essere ripensate.

La seconda tentazione consiste nel rendere i cambiamenti strutturali il criterio stesso del rinnovamento ecclesiale. Né la piccola parrocchia né la grande unità pastorale sono un valore in sé dal punto di vista pastorale. Entrambe sono espressioni della vita ecclesiale, non la sua origine!

Per questo motivo, ogni questione strutturale deve essere orientata a una domanda pastorale fondamentale: quali forme di organizzazione ecclesiale permettono oggi al meglio di trasmettere la fede, celebrarla, viverla in comunità e assumersi, come cristiani e cristiane, la responsabilità nel mondo?

A questa domanda non si può rispondere a tavolino. Essa richiede discernimento spirituale e uno sguardo onesto sulla situazione concreta locale. Per questo, nella nostra diocesi, abbiamo deliberatamente scelto di non adottare soluzioni standardizzate imposte dall'alto. Vogliamo incoraggiare le unità pastorali a esaminare insieme la loro situazione, ascoltandosi a vicenda e aprendosi allo Spirito Santo, per trarne forme di collaborazione che siano realmente sostenibili.

Laddove da questo percorso nascano cambiamenti strutturali più ampi, essi dovranno essere il frutto di un cammino spirituale fatto insieme, non il risultato di una semplice scelta amministrativa.

In definitiva, il futuro di una parrocchia non si decide in base alla sua grandezza, al suo patrimonio o alla sua autonomia giuridica. Ciò che davvero conta è che le persone, in quella parrocchia, incontrino il Vangelo, approfondiscano la loro fede, celebrino insieme e sperimentino che la comunità cristiana è per loro sostegno alla vita. Dove questo avviene, la parrocchia è viva e fedele al suo compito.

La riforma della curia vescovile

Ciò che vale per le nostre parrocchie, vale anche per l'intera diocesi. Anche la curia vescovile è chiamata a lasciarsi rinnovare continuamente dal Vangelo. È proprio con questo spirito che abbiamo avviato l'anno scorso un cammino di riforma spirituale e sinodale. Non si è trattato, in primo luogo, di ridisegnare organigrammi o ridefinire competenze, ma di porsi una domanda essenziale: come possono le nostre strutture e il nostro stile di governo servire oggi al meglio la missione della Chiesa?

Il futuro della nostra diocesi non si decide negli uffici della curia, ma nelle comunità sul territorio. Lì si crede, si prega, si celebra e ci si assume responsabilità. Per questo, anche la curia diocesana deve orientarsi coerentemente a questo compito: accompagnare le comunità locali e sostenere le persone nel loro cammino di fede e nel loro servizio. Quando perdiamo di vista questo obiettivo, le nostre strutture perdono il loro senso più profondo.

Il prossimo anno sarà impegnativo per le collaboratrici e i collaboratori della curia diocesana. Cambieranno modalità di lavoro consolidate e alcune cose si riveleranno valide solo se le faremo insieme. Chiedo a ciascuna e ciascuno di voi – in Curia e a ogni livello della diocesi – di percorrere questo cammino con apertura e fiducia. Esso richiede disponibilità ad apprendere e il coraggio di lasciare ciò a cui si è abituati. Poiché solo una Chiesa che è disposta a lasciarsi rinnovare continuamente dal Vangelo può accompagnare in modo credibile gli altri.

Uno sguardo in avanti: opportunità e compito dei prossimi mesi

La Sacra Scrittura non racconta una storia di successo legata ad uno sviluppo istituzionale. Essa racconta la storia di uomini e donne che incontrano Dio e ne vengono trasformati. Questa dinamica segna ancora oggi la vita della Chiesa. Anche le nostre comunità cristiane non vivono di concetti o strategie, ma delle esperienze che le persone fanno con Dio.

Per questo desidero che riscopriamo il gusto di raccontarci le esperienze di fede che viviamo. Dove abbiamo sperimentato consolazione? Dove è nata la riconciliazione? Dove abbiamo ritrovato la speranza? Quale celebrazione, quale conversazione, quale incontro ci ha fatto riscoprire la bellezza della fede?
Queste esperienze non sono semplici ricordi personali. Sono segni che Dio è anche oggi presente in mezzo a noi. Per questo vorrei incoraggiarvi a cogliere consapevolmente questo patrimonio di esperienze e a trasmetterlo: nei consigli pastorali parrocchiali, nei team pastorali, nelle celebrazioni, nei bollettini parrocchiali e nei tanti incontri della vita quotidiana. La missione nasce proprio lì: quando qualcuno racconta come Dio ha toccato la sua vita e l'ha cambiata. 

Conclusione

Il rinnovamento della Chiesa non avviene in primo luogo attraverso nuove strutture. Esso comincia piuttosto là dove la Chiesa attinge nuovamente alla sua fonte. Per questo la liturgia è molto più di un ambito pastorale tra gli altri. In essa la Chiesa riceve continuamente ciò che da sola non può darsi: la presenza di Cristo, la Parola vivificante, la forza del Sacramento, l'azione dello Spirito Santo. Da qui si misurano il nostro annuncio, le nostre decisioni, le nostre strutture e la nostra missione.

Desidero per la nostra diocesi una Chiesa che abbia imparato ad ascoltare: Dio, la sua Parola, le persone e l'azione dello Spirito Santo nel nostro tempo. Una Chiesa che non si lasci determinare dalle proprie mancanze, ma dalla promessa di Cristo: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Una Chiesa la cui liturgia sia veramente sorgente di forza, perché ritorna sempre alla fonte della sua vita, al Dio trinitario.

Possiamo dunque affrontare i cambiamenti che ci attendono con fiducia. Non perché conosciamo già tutte le risposte o possiamo prevedere ogni sviluppo, ma perché confidiamo che il Signore cammina davanti alla sua Chiesa e anche oggi la accompagna, la guida e la rinnova per mezzo del suo Spirito.
Ripetiamo spesso questa preghiera: «Signore, risveglia la tua Chiesa, e comincia da me».