Persone non isolate dal mondo, ma custodi del silenzio a disposizione dell’umanità. Persone che nel cuore della modernità e del rumore della vita quotidiana scelgono la solitudine come via di conoscenza e di ascolto ma sono anche capaci di essere buoni compagni di viaggio. Da questo numero della newsletter ospitiamo ogni mese una serie di interventi scritti da fratel Massimiliano de Franceschi – già cooperatore a Laives e Bolzano e parroco a Merano – che nel 2024 ha emesso la professione temporanea di eremita diocesano. Il primo della diocesi di Bolzano-Bressanone.
Chi è l’eremita diocesano?
di fra Massimiliano de Franceschi
Di fronte ad una “novità” è spesso bene cercare di partire proprio dagli inizi e la domanda “Chi è l’eremita diocesano?” dovrebbe essere la prima per chi ne sente parlare per la prima volta. Ma quasi sempre arriva la domanda “Cosa fa un eremita?”, dando per scontato un immaginario che oscilla tra il romantico e il leggendario. È una differenza indicativa di questo nostro tempo storico in cui il “fare” sembra dover occupare tutto lo spazio possibile, in una cultura della prestazione e del successo, dimenticando che alla fonte di tutto c’è ciò che noi siamo o cerchiamo di essere, e che da qui discendono poi concretamente le nostre scelte e le nostre azioni, nel bene come nel male.
È per questo che in questo primo appuntamento cerco di accennare a quello che è il senso con cui personalmente mi sono impegnato a vivere come eremita diocesano concretamente nell’oggi della nostra Chiesa locale. Prenderò anche in prestito delle espressioni che ho incontrato nel corso del tempo e che sono diventate parte del mio modo di essere, o perlomeno dell’uomo, sacerdote e consacrato, che cerco sempre più di diventare.
La prima “definizione” che per me ha una forza e un’attrazione straordinarie, è quella dell’eremita come “solitario di Dio”. In una società che guarda ai grandi numeri, che conta i partecipanti agli eventi, tornare a dare spazio al “solitario” significa per me da un lato cercare di ridare fiato all’unicità della persona, ma soprattutto rimettere al centro quella relazione unica e personale che siamo chiamati a vivere con Dio. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante per ogni battezzato, soprattutto se vive in un contesto di comunità parrocchiale ed ancor più se vi svolge un servizio concreto che deve nascere da un’autentica relazione con Cristo e condurre ad una sempre più stretta e feconda relazione con Dio.
Il fatto che l’eremita desideri essere un solitario “di Dio”, non significa che vuole scappare dai fratelli e dalle sorelle in umanità, ma che desidera vivere prima di ogni altra cosa un’appartenenza forte ed esclusiva a Dio, proprio a quel Dio “geloso” che quando chiama a sé non molla la presa, pur rispettando la nostra libertà di percorrere altre strade a volte anche lontane da Lui.
È proprio in questa appartenenza esclusiva che l’eremita, evitando le distrazioni, cerca di realizzare uno spazio interiore dove poter custodire il suo dialogo con Dio per poter poi accogliere davvero ogni persona che incontra, dedicandole tutta l’attenzione necessaria. Questo solitario non scappa dal mondo, ma si ritira dal rumore del mondo restando consapevolmente nella Chiesa locale che lo accoglie e per la quale si impegna a dare la propria vita, seppure in una modalità del tutto particolare.
Un altro elemento per me importantissimo è il vivere “ai margini”, essere naturalmente sulla frontiera, come ogni vero pellegrino che è sempre straniero nei territori che attraversa, soprattutto come ogni vero “cercatore di Dio”. L’eremita, pur essendo saldamente radicato in una lunga Tradizione di fede che lo precede, non difende nessuna posizione acquisita, ma continuamente si lascia attraversare dalle domande che sorgono nel suo cuore e che la vita gli presenta anche attraverso l’incontro con chi, per i motivi più diversi, viene a bussare alla sua porta.
Concludo con le parole molto significative chePapa Leone XIV ha rivolto l’11 ottobre 2025 agli eremiti italiani che hanno partecipato al Giubileo della vita consacrata e che ben esprimono uno dei “servizi” alla Chiesa e all’umanità che possiamo e desideriamo mettere in campo: “Tutti potete stimolare il prossimo a rientrare in se stesso, a ritrovare il baricentro del cuore, come ci ha insegnato Papa Francesco nell’Enciclica Dilexit nos. E lì, nel fondo dell’animo, ciascuno potrà scoprire il fuoco del desiderio di Dio che arde e mai si spegne, come ci insegna Sant’Agostino: «Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera». Di questo desiderio che abita ogni persona, voi siete custodi e testimoni, affinché ciascuno possa scoprirlo e alimentarlo in sé.”
Ecco un eremita diocesano: un custode e un testimone, silenzioso e nascosto, ma non per questo assente.

