La Chiesa difende la dignità dell’essere umano dal concepimento fino alla morte. Nemmeno la malattia, la sofferenza e il fine vita privano una persona della sua dignità. Affrontare la malattia e la morte è una delle grandi sfide dell’esistenza. Oggi assistiamo a un cambiamento sociale: sempre più persone temono un processo di morte doloroso o una lunga fase di grave malattia e vedono nel suicidio medicalmente assistito una possibile via d’uscita.
Nel 2019 la Corte costituzionale ha stabilito, a determinate condizioni, la non punibilità dell’aiuto al suicidio anche in Italia. Tra queste condizioni vi sono una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dalla persona, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. In assenza di una normativa nazionale organica, viene ora sottoposta al Consiglio provinciale dell’Alto Adige una proposta normativa, inserita nel disegno di legge omnibus per il riordino del Servizio sanitario provinciale. Essa stabilisce la procedura da seguire in caso di richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito, dalla verifica dei requisiti fino alla predisposizione del farmaco letale.
Come vescovo esprimo la mia profonda preoccupazione che questo possa rappresentare il primo passo di un’evoluzione sociale che ci porti a non accompagnare più in modo adeguato le persone nella fase più vulnerabile della malattia, del dolore e del fine vita.
Sono fermamente convinto che non si risponda alla sofferenza di una persona assecondando il suo desiderio di morire e aiutandola a porre fine alla propria vita. La risposta deve essere piuttosto quella di fare tutto ciò che è possibile dal punto di vista medico, psicologico e pastorale, per rendere la sua situazione di vita e il decorso della malattia il più sopportabili possibile. Ricordo inoltre che non esiste l’obbligo di prolungare la vita a tutti i costi: è possibile rinunciare a terapie o interromperle quando, dal punto di vista medico, non hanno più senso o prolungano inutilmente il processo terminale.
Ribadisco con forza la necessità di potenziare ulteriormente l’assistenza e le cure palliative, affinché siano disponibili in modo capillare sul territorio e accessibili, con un’assistenza qualificata, a tutte le persone che ne hanno bisogno.
Incoraggio quanti hanno nella propria famiglia o tra i propri amici una persona che a causa di una grave malattia perde il coraggio di vivere, a starle accanto e a farle sentire che la sua vita non è priva di senso e di dignità e che nemmeno la malattia, la sofferenza e il morire possono toglierle questa dignità. Possiamo comunicarlo soprattutto attraverso la vicinanza umana, l’accompagnamento e l’empatia.
Incoraggio anche tutti coloro che assistono persone gravemente malate o morenti, in famiglia, nelle strutture residenziali e nelle case di riposo oppure negli ospedali, a incontrarle con apertura e disponibilità, affinché possano esprimere le loro preoccupazioni e le loro paure, compreso il timore di un decorso doloroso della malattia o di una morte difficile. Solo così possiamo offrire loro l’aiuto di cui hanno bisogno e informarle adeguatamente sulle possibilità che la medicina e le cure palliative mettono a disposizione.
In questa occasione desidero inoltre ringraziare espressamente le tante persone che nella nostra terra stanno accanto a chi è gravemente malato o si trova alla fine della vita: medici, personale sanitario, familiari e volontari, a domicilio, nelle residenze per anziani, nei reparti di cure palliative e nell’ambito dell’assistenza hospice.
Difendiamo il valore di ogni vita e aiutiamo le persone affinché non vedano nel suicidio medicalmente assistito l’ultima via d’uscita.
