Nel corso della riunione svoltasi nei giorni scorsi a Bibione, i Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto (CET) hanno affrontato, tra gli altri temi, anche le attuali questioni legate al fine vita. L’occasione è stata offerta da un recente provvedimento legislativo adottato dalla Regione Veneto. I Vescovi hanno approvato all’unanimità una dichiarazione comune. Anche Ivo Muser, Vescovo di Bolzano-Bressanone e membro della Conferenza Episcopale Triveneto, ha sottoscritto e sostiene la dichiarazione.
Al centro del documento vi è la convinzione che la risposta alla malattia grave, alla sofferenza e alla morte non possa consistere nell’abbreviare la vita, ma debba tradursi nella cura, nel sollievo dal dolore, nelle cure palliative e nella vicinanza umana. I Vescovi respingono allo stesso tempo ogni forma di accanimento terapeutico e invitano ad affrontare le complesse questioni legate al fine vita al di fuori di ogni prospettiva ideologica e in uno spirito di dialogo sincero.
Nel testo della dichiarazione si legge:
“Conquista di civiltà - come è stata definita da alcuni - non può essere la soppressione della vita ma, piuttosto, la cura per alleviare la sofferenza davanti al grido di dolore che si solleva dal malato anche quando questi sembra arrendersi. Ed è proprio allora che necessita di maggiore attenzione e vicinanza.
In queste circostanze il malato non ha bisogno, dietro argomentazioni in apparenza pietose, di atteggiamenti che lo convincano a chiedere di congedarsi. Al cospetto di situazioni complesse e drammatiche, il suicidio assistito assume il significato di una scelta che non tiene adeguatamente conto della struttura intrinsecamente relazionale e sociale della persona.
Nello stesso tempo tale opzione orienta la cultura e il sistema sanitario verso una progressiva estenuazione dell’etica della cura e della prossimità, disattendendo di fatto quanto oggi efficacemente garantisce la medicina della terapia del dolore e delle cure palliative insieme a varie modalità di assistenza domiciliare, sostegno ed accompagnamento. In tal modo vi è un oggettivo salto qualitativo che trasforma l’eccezione in una prestazione.
La Chiesa, sempre attenta alle sofferenze umane dell’anima e del corpo, rigetta ogni forma di accanimento terapeutico, ascolta la voce dei poveri e dei fragili e invita tutti, con empatia e desiderio di sincero dialogo, a ripensare le complesse questioni relative al fine vita al di fuori di ogni prospettiva ideologica.
L’impegno è ricostruire una cultura della prossimità e dell’accoglienza, specialmente nella gestione delle fasi terminali della vita.
In sintonia e comunione con la Conferenza Episcopale Italiana ed in particolare con i Vescovi dell’Emilia-Romagna, della Sardegna e della Toscana, riaffermiamo il valore della dignità della vita umana, tutelato anche dalla Costituzione, e ribadiamo - come già espresso nella nostra Nota del 2023 - che non può sussistere un ‘diritto a morire’, ma piuttosto quello di essere sempre curati e assistiti, sempre accompagnati e mai lasciati soli.”
