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Il coraggio di guadare - Celebrazione nel duomo di Bolzano: Riflessioni di una persona vittima di abusi

Giovedì, 12 marzo 2026

Duomo di Bolzano

Siamo persone vittime di abusi: abbiamo subito violenza sessualizzata da parte di altre persone. Questo è un peso grave, una pietra carica di colpa: le persone vittime di abusi non vengono ascoltate, i bambini e i giovani non vengono protetti.

La colpa affonda le sue radici in un’immagine idealizzata di sé, nelle strutture di potere religioso-ecclesiali e in una cultura familiare incentrata sulla falsa armonia. 

Siamo persone vittime di abusi e apparteniamo alla comunità ecclesiale. Per questo anche il confronto con le domande sul rapporto tra religione, potere e violenza e sul modo di assumersi la responsabilità appartiene al cuore della Chiesa.

Chiediamo: come affrontate teologicamente e spiritualmente il tema della violenza sessualizzata? La dignità della persona è inviolabile. Questo vale per tutti.

Siamo persone vittime di abusi – siamo sopravvissute e sopravvissuti.

 

Parole rivolte a chi compie violenza e a chi chiude gli occhi:

Ve ne accorgete? Le vostre parole non servono piú.
Quando vi rendete colpevoli verso il vostro prossimo, diventate colpevoli anche davanti a Dio.

Molti non hanno alzato la loro voce là dove agli innocenti è stata e viene tuttora fatta violenza, dove le persone sono esposte e consegnate a strutture di potere.

Davanti a Dio nessuna violenza rimane nascosta: egli ascolta le grida, anche quelle dietro porte chiuse. Anche le grida mute, che non riescono a uscire dalla bocca.

Noi persone vittime di abusi spesso non troviamo più parole, oppure la voce ci viene tolta attraverso minacce e intimidazioni.

In questa Chiesa ci chiediamo: Dio, dove eri quando mi è stata fatta violenza? Dove sei ora, quando mi sento sola? Dove sarai quando deciderò di alzarmi? Ma tu abiti in questa Chiesa?

 

Speranza

Speriamo in una conversione. Una conversione da parte dei responsabili. Che l’ingiustizia che è stata fatta a noi persone vittime di abusi venga riconosciuta con sollecitudine.

Che venga portato avanti con coerenza un cambiamento di coscienza nel modo di relazionarsi con noi persone vittime di abusi. Le nostre prospettive devono stare al centro.

Speriamo in uno sguardo che sappia vedere, in orecchie che sappiano ascoltare e in azioni concrete.

E inoltre speriamo che non vengano protette persone che feriscono l’altro con violenza nel corpo, nell’anima e nello spirito.

La speranza nasce dalla percezione, che Dio abbia a che fare con il nostro mondo, con me. Che Dio si mostri profondamente e appassionatamente legato agli esseri umani.

La speranza ha occhi aperti: molte cose non finiscono bene e la guarigione di ciò che è stato spezzato richiede più del tempo.

La speranza racconta di svolte inattese, di eventi misteriosi, della vita che può nascere dall’abisso della miseria.

Coloro che sperano sono color che accolgono una luce splendente con un sorriso.